L'Artista (2013) back


Francesco Venturi - L'Artista

 

 

 

Dittico. 2 stampe manuali da negativo | ognuna 64x48

 
 

 

 
 

Francesco Venturi costruisce con sarcasmo un’allegoria dove la privazione viene riconosciuta come la condizione esistenziale alla base dell’essere artista. Una visione totalmente disincantata, senza dramma, senza utopia che rivela la consapevolezza di un ruolo che è determinato prima di tutto non da ciò che si è disposti a creare ma da quanto si è disposti volontariamente a rinunciare. Alla visione canonica che vede l’artista come un essere privilegiato, senza padroni del proprio tempo e del proprio spazio, le due fotografie contrappongono quella cruda e pura di un uomo avanti con gli anni che si sta per accomodare su una seduta precaria, simbolo dei limiti, delle difficoltà, di un’esistenza debilitante. Chi è dunque l’artista? Cosa lo rende tale? L’autore ci risponde che artista è chi è disposto a sedersi in carrozzella, a tarparsi le ali, chi sceglie di sentirsi irrimediabilmente diverso pur rimanendo in mezzo alla folla. La sedia a rotelle che nella prima immagine appare come un simbolo puro, assoluto, nella seconda fotografia acquista maggiore realismo, identità, attraverso micro-varianti di luce, il leggero scoprirsi di un logo, la presenza dell’uomo: è la versione moderna di un antico altare sacrificale, l’emblema del passaggio, della rinuncia totale che si deve essere disposti a compiere. La fiducia, che rappresenta un concetto cardine nel lavoro dell’autore, è il principale atto di coraggio capace di rivelare l’artista, renderlo autentico a se stesso e al mondo. Nell’ambiguità di simboli apparentemente negativi, le due immagini rivelano al contrario una riflessione estremamente lucida sulla drammatica bellezza del cammino che si è scelto di intraprendere.

Giulia Lopalco

 

L'artista: un anziano in carrozzina. Un anziano in carrozzina? E' orribile!
"Solo chi è disposto ad accettare la propria condizione può combinare davvero qualcosa per il bene di tutti. Forse un giorno potrà trasformare questa condizione, è quello che mi aspetto da un artista e da un lavoratore, ma deve prenderne consapevolezza e accettare i sacrifici a cui va incontro scegliendola".
Una condizione che suscita indignazione, scandalo o rabbia in chi si sente coinvolto in prima persona.
"Non parlo solo dell’artista, ma di tutti. Quest’allegoria del sacrificio non è valida solo per la professione dell'artista, ma per tutti i mestieri e le iniziative personali o collettive. L'atteggiamento del bambino distruttore ha perso di senso nella contemporaneità, che è troppo gommosa ed elastica, certe volte del tutto liquida, e ha una capacità di riassorbimento tale da scoraggiare il più disperato dei partigiani. Non va in pezzi con una presa di posizione violenta, il rivoluzionario che fa il gesto forte e isolato oggi viene subito riassorbito. Terrificante ma vero. Sono le persone che lavorano all'interno che fanno la differenza. Naturalmente un tempo non era così. Solo quelli che sono disposti a sedersi in carrozzella, ad accettare il prezzo da pagare, sacrifici morali ma anche materiali, contribuiscono profondamente.”
"Queste 2 fotografie non sono una controproposta, sono ancora una constatazione. E un invito. Conosci il mondo, prima di cambiarlo", dice Venturi.  Ricorda le parole di N.Chomsky.
Realismo estremo o idealismo realistico? Le due posizioni qui si toccano.
Vista attraverso questo lavoro, la realtà dell'artista (e non solo la sua), sembra oscillare fra il desiderio di alzarsi per uscire da una condizione di diversità e di sacrificio e quella invece di dovercisi porre volontariamente e necessariamente, in quanto unica condizione possibile per poter fare veramente qualcosa. Per poter dare al proprio fare la qualità di esser vero.
L'artista, dice Venturi, è colui che è disposto a sedersi in carrozzella. Che è disposto a “tarparsi le ali”.
Egli si deve trovare, paradossalmente, nella condizione di non essere più completamente autonomo, e questo, nonostante possa sembrare un'interpretazione troppo letterale, ho il sospetto che abbia un suo significato. Un significato che non ha nulla a che fare con i privilegi, i padroni e lo spazio. Perché quando dice che è necessario tarparsi le ali per fare l'artista, forse sta dicendo che in realtà non è l'Io che deve guidare il lavoro, che non è o non dovrebbe essere un intento egoistico a scatenare il desiderio del fare, ma è l'Io a dover essere guidato. Il protagonista è un anziano perché quello che gli è richiesto è un atto di saggezza.
La figura è rappresentata non semplicemente sola, ma isolata e chiusa in uno spazio neutro e impersonale. Sembra quasi essere in punizione. Perché necessita introspezione, isolamento e senso critico: ovvero uno sguardo che si oppone allo status quo. Uno sguardo diverso, appunto. Questa diversità è inevitabile e necessaria.
Il lavoro è costruito con un linguaggio che ricorda quello delle pubblicità progresso. Per questo fa sorridere: si presenta come fosse una denuncia sociale, in forma di “battuta nera”.  In contrasto (voluto o non voluto? quantomeno così pare) con l'idea dell'artista divo, guidato dall'ego verso il trono della popolarità e della ricchezza.
Trovo che ci sia del romanticismo in questo e non del disincanto. Decidere di fare l'artista significa vivere una battaglia. Non vi è nulla di drammatico. E' solo necessario un atto di coraggio.
L'artista non lavora solo per se stesso ma anche per gli altri. Per questo motivo la cosa più bella che possiamo dirgli, se ci piace e lo stimiamo non è: "Complimenti" ma è: "Grazie".

Rosa Wildwood